sconvolgimenti gravitazionali

certo che questa salita è davvero faticosa…
e la strettoia mi confonde i sensi, mi opprime…
altri tre gradini…
i colori tetri mi disorientano…
due gradini..
e fa caldo…
un gradino.
mi fermo.
mi fermo e sono sola, non c’è nessuno. hey? la mia voce rimbalza sui muri e si frantuma nel buio.
è in quel momento che un giramento di testa mi assale e mi accorgo che anche la gravità è stata sconvolta:
quella che sembrava una salita in realtà è una ripidissima discesa. mi rendo conto d’un soffio che salvarsi dalla caduta scendendo lentamente verso il fondo è molto più difficile di risalire le scale e ritornare in superficie.
guardo la strada che ho fatto, alzo le spalle e me ne torno indietro.

questa salita è un gioco da ragazzi.

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niente istruzioni per l’uso

nè foglietti illustrativi o liste infinite di controindicazioni: troppo facile dire “ti avevo avvertito”.
prendimi come viene,
come ti pare
come riesci.
ma a piccole dosi.
Perché non bisogna oltrepassare una certa soglia, con me. si capisce a prima vista.
i capelli spettinati sono sintomo di follia, e la follia va presa a piccole dosi.
i piedi scalzi denotano la non addomesticabilità, e anche di quella non c’è da fidarsi.
l’orecchino mancante indica senza dubbio una propensione all’instabilità, per non parlare poi delle scarpe distrutte.
attenzione anche agli occhi, pare che la peste dell’insonnia sia contagiosa.
ora forse esagero.
non sono da evitare.
però influenzo, creo dipendenza, anche se una di quelle buone, che non danno assuefazione.

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Mi perdo nei ricordi. è una mia abitudine, insolita. strana. e voglio dirvi che non mi tuffo di testa solo nei miei, anzi, meglio se si tratta di quelli degli altri.
memorie impresse e raccontate da voci, fotografie, immagini… piccoli rettangoli di carta scolorita pieni di occhi che mi guardano, volti d’altri tempi, profumi, sorrisi, luci, mani. storie incredibili seppur quotidiane.
c’è chi la trova una tortura, io invece potrei passare ore a spulciare diapositive altrui senza mai perdere la curiosità, l’immaginazione. posso commuovermi rivivendo il viaggio a new york dei nonni. la città, così immensa, alta, surreale e mia nonna così bella…
le memorie degli altri. forse mi piacciono proprio perché mi sono totalmente estranee, perché non smetterò mai di stupirmi di quanto possiamo essere diversi, di quanto immense sono le nostre vite.
raccontami la tua.
ma dall’inizio! c’è tempo. ne abbiamo tutta un’altra, davanti.
e dimmi anche quello che succederà, non importa se sbagli.
sono fisicamente fatta per ascoltare, accogliere: non ho spine, per chi si sa raccontare.
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Riflessi nei miei occhi assonnati e increduli c’erano solo due enormi massi luminosi, che dovevano esser insabbiati sulla riva ormai da qualche tempo. Alle mie spalle l’oceano, nerissimo e apparentemente immobile (anche lui!) inghiottiva e scioglieva tutti i miei pensieri mescolandoli a sabbia e sale e cullandomi dolcemente da lontano.

E’ lì che mi hai trovato, ai piedi di questa coppia bizzarra di fari, con le mani gelide in tasca. Noi due, ancora estranei, ci guardavamo da vicino, quasi sfiorandoci: a tenerci uniti una strana forza di gravità. Assurdo come una piccola fiamma d’accendino ci abbia fatto caldo così a lungo.

Sei entrato senza bussare, tu. Te ne andrai senza far rumore, o almeno non più di quello che faceva il mare calmo quella sera, a Novembre.

Tutti i riferimenti a persone luoghi reali o disastri realmente avvenuti non sono affatto casuali. sentitevi liberamente tirati in causa.

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e invece…persino le ombre attorno a me si muovono, ruotano, si arrampicano sui muri, si nascondono sotto le piante dei piedi, si mescolano. E io…sono l’unica anima ferma, in mezzo a tutto questo scorrere di universi.

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sembra tutto immobile, anche il tempo pare essersi fermato, insieme alle lancette.

“Just a little bit more time, time left to live out my life”  Genesis – The musical box

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“All’uscita del cinema, aperse gli occhi sulla via, tornò a chiuderli, a riaprirli: non vedeva niente. Assolutamente niente. Nelle ore in cui era restato là dentro, la nebbia aveva invaso la città, una nebbia spessa, opaca che mescolava le luci in bagliori senza forma nè luogo.”     Italo Calvino, Marcovaldo.

A volte è solo la nebbia che rende accettabile il mio ritorno a Milano. cancella le bruttezze, le cose di troppo. e rende nuovamente la città un grande foglio bianco su cui disegnare. Ora che è estate mi toccherà contare sui miraggi, temo.

Sì. Punti di vista. Il mio è quello di chi su tutto quel bianco che cancella le vette degli edifici e la fine delle strade, in quell’aria pesante che ha il sapore del cielo, preferisce proiettarci mondi tutti suoi, come su foglio pulito, pagina vuota alla quale dare un senso, un altro.

Adoro la nebbia. E più è, meglio è. La nebbia che copre la riva opposta del lago, la sera, e ti lascia immaginare di essere al mare inghiottendo il tuo sguardo nel buio-opaco; non importa se l’odore che c’è nell’aria è quello sbagliato.

La nebbia che avvolge, culla, protegge. Ti fa guardare a due palmi dal naso, ti fa guardare vicino, il presente. Ti fa guardare dentro.

La nebbia che viene respirata, e invade la mente come un virus.

E’ comoda, la nebbia, per sedercisi. Penso che starò ranicchiata qui, ancora per un po’.

Pensieri fuori stagione, lo so. Mi manca la nebbia.

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Sulla sedia del balcone che s’affaccia verso la strada, puntualmente, compaiono oggetti interessanti. carte da gioco spaiate, piccoli carillon dalle melodie sconosciute, scatole di latta arrugginite ma il più delle volte verdura di stagione. oggi, presa dalla malinconia sono uscita per farmi consolare dal vento: un bellissimo cavolo romano se ne stava seduto lì (sì, seduto. e anche piuttosto composto!), fiero della sua perfezione frattale: “fammi una foto, sono così…verde!”, sembrava dirmi. a novembre su quella sedia c’era una zucca e un centinaio di foglie gialle che appartenevano, poco prima, all’esile alberello che ora tende nell’aria fredda i suoi rami scuri e sottili. una cornice perfetta, quella sedia. così rassicurantemente bianca. continuo a domandarmi da dove possano arrivare le verdure e d’un soffio la malinconia si scioglie nell’atmosfera.

chiunque sia a metterle lì, l’adoro.

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Anche oggi ho sentito il tuo profumo.

I still find, here and there,
little things that remind me of you
like a dream ended too soon,
or worse,
right before its beginning.
The sheets we slept in that night,
the shoes of a passer-by,
a color
a name,
a train ticket…
the night, between 12 and 3 am.
I liked doing things just because I wanted to, just because it was late, just because it was cold.
Now the first Spring’s wind’s bringing away with it the smell of your skin, that I’ve been trying to forget for so long.
____________________________
Trovo ancora, qua e là
piccole cose che mi ricordano di te
come di un sogno finito troppo presto,
o peggio, ancora prima di cominciare.
Quelle lenzuola,
le scarpe di un passante,
un colore,
un nome,
un biglietto del treno…
la notte, tra le due e le tre.
Adoravo fare le cose solo perché addosso c’era la voglia, solo perché attorno c’era la notte…perché faceva freddo.
Ora il primo vento di primavera porterà via con sé il tuo odore, che ormai da tempo provo a dimenticare.
26 febbraio 2010
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human landscapes

“Stasera nelle nostre stanze ci sono paesaggi sconfinati”

Il pensiero resta intrappolato dai segni di te che ho ancora addosso.Quel dannato livido sul fianco, che non se ne vuole andare. Le occhiaie per il poco sonno. Le unghie mangiate senza neanche accorgermi di averlo fatto.Ma il tempo vedrà sparire i graffi, i sogni torneranno e anche i capelli, tagliati per ribellarmi a qualcosa che non è cambiato…beh, anche loro cresceranno senza lasciar traccia del nostro non-amore, che ho riversato su pagine bianche ora sature di grafite, che ho scatenato su scontrini malcapitati, trovati nelle tasche e ridotti in polvere. Un sentimento ansioso, fatto di distanze, vuoti e silenzi. Fatto di frenesie, rincorse e addii. Fatto di immaginazione e fantasia, sempre troppa. Di tempo perduto. Baci che non torneranno.

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