Se tenessi gli occhi aperti vedrei la luna sorgere, da questo finestrino graffiato. Viaggio alla velocità del pensiero attraverso la pianura, scivolo verso Oriente, o verso quello che mi han detto esserlo. Tu-dum tu-dum…ora i treni non fanno più questo rumore: scivolano e basta.
Se tenessi gli occhi aperti vedrei una luna rossa sorridermi, sospesa appena sopra l’orizzonte piatto, nell’aria tersa di un Novembre ormai freddo: invece provo a dormire.
Novembre.
Per due ragioni aspettavo così impazientemente Novembre: sentire il freddo, i brividi e vedere la nebbia, ovvero smettere di vedere tutto il resto.
Eh sì, è tornata. E’ arrivata a banchi, sparsi, come avesse aspettato per giorni nascosta dietro a un angolo, acquattata nell’erba o raccolta nella chioma di quel grande albero, vicino a casa tua, che mi dico ogni volta di fotografare. Sarà spoglio, quando tornerò, ma sempre affascinante, accogliente, aggrappato tenacemente alla terra gelata. E mi affezionerò anche a lui, come a tutti gli altri alberi in cui mi sono imbattuta più di un paio di volte nella mia vita.
L’alberello del parco giochi in fondo al quartiere, che con sommo disappunto delle mamme vigili (mamme-vigili) s’è trasformato, nei casi di emergenza dei pomeriggi vuoti delle stagioni di mezzo, in torretta e quartier generale. I numerosissimi “scendidilì” e “guardacheccadi” non sono mai bastati a farci rimettere i piedi per terra. Soprattutto perché ogni stagione si guardagnavano i centimetri necessari a raggiungere i livelli superiori: e allora, come desistere?
Poi c’era il melo, quello dietro alla casa che mi ospitava, assieme a troppi altri bambini, almeno un mese ogni estate. I suoi frutti sono rimasti a lungo irraggiungibili, e lui ci sembrava così grande…oggi forse a uno dei suoi rami è ancora appesa un’altalena sbilenca sulla quale né io né mio fratello siamo mai saliti. Pensavamo che il melo in fondo non l’approvasse affatto. Comunque. Per tutto il tempo si lanciava occhiate sofferenti con l’alberello dalla corteccia scura in cima al campo, che non abbiamo mai visto vivo, ma che era facile da arrampicare. Chi aveva il fiato di arrivare al tronco per primo si guadagnava anche il posto di vedetta più esclusivo del prato.
Ricordo che, un torrido pomeriggio di fine estate, ci sfinimmo per fissare una corda all’albero che permettesse, con un apposito fazzoletto, di lanciarsi a mo’ di James Bond (o meglio, Indiana Jones: 007 non mi ha mai affascinato) verso i cespugli in fondo al campo, dietro a quelle travi ammucchiate che utilizzammo per legare l’altro capo della fune. Rimpiangemmo a lungo di non aver inventato prima il meraviglioso passatempo.
Riportando il pensiero a luoghi più vicini, mi viene in mente il vecchio gelso da more che faceva ombra all’angolo dell’isolato e che ora non c’è più: devono averlo abbattuto per ridipingere o sostituire la ringhiera che circonda il condominio. L’asfalto lì ora ha un altro colore.
Gli ippocastani di Rue des Cascades, invece continuano a perdere castagne completamente matte: attento a dove metti i piedi, perché a loro piace tanto fare scherzi. Le foglie sembrano ogni anno più grandi, forse si stanno evolvendo per fare in modo che il marciapiede, d’autunno, non diventi un odioso pantano marrone, ma si trasformi in un tappeto che per magia ti faccia camminare più lentamente, per restare più a lungo in compagnia di quegli alberi che hanno cantato per tutta l’estate scossi dal vento.
Impossibile da dimmenticare è l’immenso platano che ci accoglieva come piccoli scoiattoli tra le sue radici che, insieme alla terra che abbracciavano, fungevano da panchine-stanze-scalette-calderoni. E’ sempre lì. Ma tristemente disabitato.
-
Così ieri, amore mio, mi hai portato a vedere l’albero vicino a casa tua, che ormai da cinque mesi aspettavo di visitare. E ora non è più un albero comune, per me. O forse non lo è mai stato. Dalla strada che ci porta da casa tua alla città, quella che percorriamo sempre, non avevo capito che si trattasse di una quercia. Non sapevo che perdesse le sue ultime foglie a fine Dicembre, e si specchiasse in un canale di irrigazione fangoso che accoglie un piccolo canneto; non sapevo che avesse un tronco che da sola non riesco ad abbracciare tutto. Neppure immaginavo quanto la sua corteccia potesse essere profumata e neppure che, nelle prime foto scattate, appena scavalcato il fosso, ci saresti stato anche tu: perché in ogni caso, per quanto bello possa essere il pensiero di noi, non supererà mai la meraviglia della nostra realtà.

<<Nei sogni è tutto diverso - disse - ma di gran lunga meno bello della nostra meravigliosa realtà. E quest'albero stupendo, che oggi dopo quasi cinque mesi siamo venuti a fotografare, è una Quercia.>>