through the Mamiya’s eye

Mi sono procurata la settimana scorsa, con la scusa di visitare il  Lomography Gallery Store di Milano, tre rullini per la Mamiya. Rullini LOMO, quindi, che se sviluppati con il processo giusto danno colori interessanti e costano praticamente la metà di Kodak, ilford, fujichrome o qualsiasi altra pellicola per il medio formato comune. Venerdì metto su il primo, ma chissà quando potrò scattare

Ho in mente una serie di ritratti, amici, artisti…ma…ecco, si vedrà.

Nel frattempo mi diverto a guardare nel pozzetto, esprimere desideri.

La maglia, quella lì grigia, è fatt’ammano. E non riesco più a toglierla, mi piace troppo…l’ho finita in un ora venerdì, con l’idea di metterla al concerto di chiusura delle luci della centrale elettrica…evidentemente loro ispirano, e non solo me.

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Attraversare la città

Con le orecchie più attente che gli occhi

Una cosa che non mi succede spesso.

A volte vorrei poter non vedere. Ho idea che la mia ossessione per la scansione del paesaggio me ne faccia in realtà perdere un aspetto profondamente interessante…

 

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Grown-up people are wrong.

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B-day

Brenizer-day

Queste uscite fotografiche mi fanno pensare che avrei bisogno di farne almeno tre a settimana. Per il mio umore, lo svago, l’aria. Okay, sono tutte uguali ma solo perché la sessione è durata meno di mezz’ora…

il risultato dell’unione di una trentina di foto: profondità di campo estremamente bassa con un ampiezza discreta. A questo serve il metodo Brenizer. Oggi magari sperimento ancora un po’.

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Print Mistakes

Errori di stampa.

spero di poter iniziarne presto una serie…

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Periodicamente.

Ogni tanto mi dimentico che frugare tra le cose chiuse in scatole, cassetti, bauli, sgabuzzini e armadi mi piace, mi piace un sacco. Stamattina, con addosso il senso di rifiuto per leggi varie di Archimede ed esercizi sulla temperatura specifica, ho aperto il baule di camera dei miei. Anche perché so che periodicamente devo riaprirlo: certe cose a certe età non si possono apprezzare.

Dentro a quel baule c’è molta più vita di quello che pensassi. Pesciolini d’argento a parte, s’intende. Ho tirato fuori tutto. Poi è tornato dentro quasi tutto. Nella top 5 dei capi ri/trovati non posso che menzionare:

posizione numero 5: una maglietta rosso-arancione fluo un po’ cortina (probabilmente è stata tagliata) e dei levis 501 sul chiaro, anche quelli tagliati, ma orlati con cura.

posizione numero 4: una camicetta nera con chiusura a portafoglio, o comesidice (mica sono una fession blogger, io)

posizione numero 3 (e qui arrivano le doverose immagini illustrative): altra camicetta fatt’ammano, stampe incredibili, bottoni bianchi, etichetta con canguro fatto a macchina.

posizione numero 2: beh, giudicate voi. E ditemi se non è fantastico.

posizione numero 1: Impermeabile di quel colore lì. Però devo dirlo. La prima posizione è più per un allegato che ho incredibilmente trovato nella tasca destra del coso. Un dente da latte (appartenuto a chi? L’impermeabile era di mia nonna.)

Fuori classifica, perché troppo belli o troppo stretti: questi shorts di quest’altro colore incredibile.

Uno spasso, insomma. Adesso devo solo far passare altri tre o quattro anni, così che cose che ora considero solo “vecchie” diventino “vintage”. Bella invenzione, il vintage: così tutto può avere una seconda possibilità.

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Poussez, tirez, sortie, non potable.

“Quando imparai a leggere nessuno mi aveva detto che non avrei più potuto smettere.”

Devo studiare il francese. Sono anni che me lo ripeto, poi arriva l’estate e trovo tutt’altro da fare. Quest’anno un aereo mi ha portato da due amici a Parigi, là ho deciso che se non avessi mai potuto studiare seriamente il francese, l’avrei imparato per mezzo della mia fatidica memoria fotografica. O meglio, grazie a delle foto che aiutassero la mia memoria. Così eccomi qua, ferratissima sugli imperativi! E poi ricordo benissimo come si dice “uscita”, entrata, come chiamano i suicidi in metropolitana. Studierò il francese, prima o poi. Per ora mi accontento di fotografarlo.

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Questo blog deve prendere nuova vita

Come sempre sotto esami mi rimetto a spulciare i miei account di qualsiasi cosa, flickr, deviantart, il blog…addirittura su facebook sono molto più attiva. Per non parlare poi del lavoro che in questi periodi si aggiunge, per riportare alla luce siti altrui, come sto facendo con quello del caro vecchio Trabucchi.
Comunque.
Nell’intenzione di cominciare a impegnarmi nel scrivere post un po’ meno sconclusionati, un po’ più “diari”, mi impegno solennemente a condividere meno raramente qualche pensiero, sempre che voi là fuori siate interessati. Ma forse anche questo è secondario.
Altra bella cosa che dovrei fare: una cronaca dei miei miglioramenti con l’analogico, (sempre che si possano considerare miglioramenti) l’ultimo 35 mm che ho sviluppato mi ha lascato abbastanza soddisfatta, nonostante il fatto che poi le scansioni che ho cercato di produrre a casa si siano rivelate una specie di foltissimo tappeto di pelumini e polvere. Sotto, si intravede anche qualcosa dell’immagine. Sempre molto poco.

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A pro trees-hugger.

Se tenessi gli occhi aperti vedrei la luna sorgere, da questo finestrino graffiato. Viaggio alla velocità del pensiero attraverso la pianura, scivolo verso Oriente, o verso quello che mi han detto esserlo. Tu-dum tu-dum…ora i treni non fanno più questo rumore: scivolano e basta.
Se tenessi gli occhi aperti vedrei una luna rossa sorridermi, sospesa appena sopra l’orizzonte piatto, nell’aria tersa di un Novembre ormai freddo: invece provo a dormire.

Novembre.

Per due ragioni aspettavo così impazientemente Novembre: sentire il freddo, i brividi e vedere la nebbia, ovvero smettere di vedere tutto il resto.
Eh sì, è tornata. E’ arrivata a banchi, sparsi, come avesse aspettato per giorni nascosta dietro a un angolo, acquattata nell’erba o raccolta nella chioma di quel grande albero, vicino a casa tua, che mi dico ogni volta di fotografare. Sarà spoglio, quando tornerò, ma sempre affascinante, accogliente, aggrappato tenacemente alla terra gelata. E mi affezionerò anche a lui, come a tutti gli altri alberi in cui mi sono imbattuta più di un paio di volte nella mia vita.

L’alberello del parco giochi in fondo al quartiere, che con sommo disappunto delle mamme vigili (mamme-vigili) s’è trasformato, nei casi di emergenza dei pomeriggi vuoti delle stagioni di mezzo, in torretta e quartier generale. I numerosissimi “scendidilì” e “guardacheccadi” non sono mai bastati a farci rimettere i piedi per terra. Soprattutto perché ogni stagione si guardagnavano i centimetri necessari a raggiungere i livelli superiori: e allora, come desistere?

Poi c’era il melo, quello dietro alla casa che mi ospitava, assieme a troppi altri bambini, almeno un mese ogni estate. I suoi frutti sono rimasti a lungo irraggiungibili, e lui ci sembrava così grande…oggi forse a uno dei suoi rami è ancora appesa un’altalena sbilenca sulla quale né io né mio fratello siamo mai saliti. Pensavamo che il melo in fondo non l’approvasse affatto. Comunque. Per tutto il tempo si lanciava occhiate sofferenti con l’alberello dalla corteccia scura in cima al campo, che non abbiamo mai visto vivo, ma che era facile da arrampicare. Chi aveva il fiato di arrivare al tronco per primo si guadagnava anche il posto di vedetta più esclusivo del prato.
Ricordo che, un torrido pomeriggio di fine estate, ci sfinimmo per fissare una corda all’albero che permettesse, con un apposito fazzoletto, di lanciarsi a mo’ di James Bond (o meglio, Indiana Jones: 007 non mi ha mai affascinato) verso i cespugli in fondo al campo, dietro a quelle travi ammucchiate che utilizzammo per legare l’altro capo della fune. Rimpiangemmo a lungo di non aver inventato prima il meraviglioso passatempo.

Riportando il pensiero a luoghi più vicini, mi viene in mente il vecchio gelso da more che faceva ombra all’angolo dell’isolato e che ora non c’è più: devono averlo abbattuto per ridipingere o sostituire la ringhiera che circonda il condominio. L’asfalto lì ora ha un altro colore.

Gli ippocastani di Rue des Cascades, invece continuano a perdere castagne completamente matte: attento a dove metti i piedi, perché a loro piace tanto fare scherzi. Le foglie sembrano ogni anno più grandi, forse si stanno evolvendo per fare in modo che il marciapiede, d’autunno, non diventi un odioso pantano marrone, ma si trasformi in un tappeto che per magia ti faccia camminare più lentamente, per restare più a lungo in compagnia di quegli alberi che hanno cantato per tutta l’estate scossi dal vento.
Impossibile da dimmenticare è l’immenso platano che ci accoglieva come piccoli scoiattoli tra le sue radici che, insieme alla terra che abbracciavano, fungevano da panchine-stanze-scalette-calderoni. E’ sempre lì. Ma tristemente disabitato.

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Così ieri, amore mio, mi hai portato a vedere l’albero vicino a casa tua, che ormai da cinque mesi aspettavo di visitare. E ora non è più un albero comune, per me. O forse non lo è mai stato. Dalla strada che ci porta da casa tua alla città, quella che percorriamo sempre, non avevo capito che si trattasse di una quercia. Non sapevo che perdesse le sue ultime foglie a fine Dicembre, e si specchiasse in un canale di irrigazione fangoso che accoglie un piccolo canneto; non sapevo che avesse un tronco che da sola non riesco ad abbracciare tutto. Neppure immaginavo quanto la sua corteccia potesse essere profumata e neppure che, nelle prime foto scattate, appena scavalcato il fosso, ci saresti stato anche tu: perché in ogni caso, per quanto bello possa essere il pensiero di noi, non supererà mai la meraviglia della nostra realtà.

<<Nei sogni è tutto diverso - disse - ma di gran lunga meno bello della nostra meravigliosa realtà. E quest'albero stupendo, che oggi dopo quasi cinque mesi siamo venuti a fotografare, è una Quercia.>>

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vorrei potermi mescolare al colore.
attraversare lo spazio lasciando scie, tracce. ma non un solco. non una ferita.
poter ignorare la sconfinatezza del mondo e intanto perdermi nell’infinita miriade di piccoli dettagli, riviverli, averli impressi sulla pelle e negli occhi.
vorrei che la diagonale del mio sguardo superasse i muri della stanza che mi contiene, liberandomi;
poter leggere ogni segno sul tuo volto e sul mio, per conoscere la tua storia e capire il mio dolore.
sarebbe questo, per me, vivere in una fotografia:
potersi nascondere nella luce come nell’ombra.

a volte penso di essere telepatica. o qualcosa del genere.

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